Che cavolo!
E' bastato il lavoro di qualche ora nel sole dell'aria buona di campagna per sentirsi bene, meglio, meno alienato dal mondo. E' bastato iniziare un orto in campagna (e in compagnia) per ricevere i saluti, le attenzioni e i consigli - oltre a qualche ortaggio propiziatorio in regalo - dai contadini dei campi vicini.
E' stato come riprendersi un pezzo di noi. Sbriciolare con le mani qualche pezzo di terra (quant'è che non lo facevo?), mettere a dimora uno dopo l'altra quelle piantine (come è un cavolo verza da piccolo?), far scorrere l'acqua nei solchi più o meno dritti (avremo calcolato la giusta pendenza?).
E' un discorso di ritmi: in mezzo a quell'orto si è nemmeno a dieci chilometri dalla città, ma ad un universo di distanza dalla frenesia del tram tram quotidiano, dagli aggiornamenti in tempo reale su Facebook, dei cinguettii telematici istantanei di Twitter e tutto il resto. Abbiamo capito che il campo è anche questo: sentirsi scollegati, off-line, ma, al tempo stesso, mai come lì, vivi e vegeti.
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